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L’OSPEDALE DI MELITO CHIUDE I REPARTI, I POLITICI TACCIONO MENTRE I MALATI VENGONO “SPEDITI” COME “PACCHI”

17 ottobre 2012 Nessun Commento

Montebello Jonico – L’ospedale di Melito Porto Salvo viene amputato arto per arto e chissà se non è prevista la necrosi totale di quel “corpo” che ha sorretto la vita sin dai primi del ‘900. Un “taglio” oggi e un “taglio” domani. Si usano “bisturi” moderni e non per aprire e sanare ma per chiudere e basta. Risparmio è la parola d’ordine ma alla gente questo poco importa essendo proiettata sulla qualità della vita.

I tagli “si”, dicono i melitesi ma “li facessero i politici ai loro ingombranti stipendi, frutto delle nostre privazioni e delle nostre tasse”.

Questa l’aria che si respira a Melito Porto Salvo dopo giorno tre ottobre, data in cui è stato chiuso ai ricoveri anche il reparto di psichiatria. Ora si svolge solo il servizio di igiene mentale territoriale e ambulatoriale.

Una chiusura che segue ed insegue quelle già avvenute per il reparto di ostetricia e pediatria passando per la ginecologia rimasta aperta.

Restringere, chiudere, accorpare. Queste le parole d’ordine che sembrano essere dirette all’ospedale di Melito. Parole che trainano drastiche decisioni, che pesano e producono rabbia non solo ai melitesi ma agli abitanti di tutta l’area, considerato che il “Tiberio Evoli” è il punto nevralgico delle emergenze e delle cure per chi vive interposto, tra Reggio e Locri.

Più volte, davanti allo storico ospedale, fiore all’occhiello dell’area grecanica, sono sventolati striscioni reduci da proteste o conferenze avvenute e a cui hanno partecipato cittadini e politici.

Questi ultimi, giunti con il sacco delle promesse, hanno lasciato ai posteri il duro compito di guardarvi dentro per constatare il vuoto riscontrabile nei reparti chiusi ed in altri come quello di medicina uomini e donne accorpati già da tempo.

Che dire poi della chirurgia ridotta da due reparti ad uno e come se non bastasse accorpata ancora a quello di ortopedia e urologia.

C’era anche il reparto di oculistica e otorino ma anche questi hanno seguito la strada della “chiusura” lasciando solo gli ambulatori.

A Melito, le strutture complesse, ad eccezione della medicina, sono state trasformate in strutture semplici. Così non hanno il primario e dipendano da altri ospedali. Come se non bastasse, alcuni medici già iniziano a fare la “spola” con altri ospedali mentre i primari andati in pensione non sono stati sostituiti.

Il grande dott. Tiberio Evoli, precursore dei tempi e fondatore dell’ospedale vi ha dedicato la propria vita. Così fecero anche i chirurghi di fama nazionale Spatolisano e Panuccio, quelli che sono seguiti e coloro che oggi lavorano dentro la struttura.

Cosa succede ad un novantenne se giunge al pronto soccorso di Melito per patologie curabili in reparti chiusi?

Semplice. Si trasferisce con un’ambulanza, se è disponibile, all’ospedale più vicino, sempre se ci sono posti.

Così parte il mezzo, il malato con i suoi acciacchi, i parenti con le proprie auto e non è detto che vada a finire a Locri o a Reggio. C’è anche Polistena o altri centri e perché no, anche la Sicilia.

La politica dei “tagli” non può considerare il disagio e  paradossalmente lo spreco se si considera il costo della gestione di un’ambulanza, il medico, l’infermiere e l’autista nonché l’assenza del mezzo di soccorso in sede.

Questo fa rabbia ai cittadini costretti a sobbarcarsi fastidi in nome del “risparmio” in un contesto in cui l’uomo, provato dal dolore, vorrebbe solo la tranquillità.

Ma la qualità della vita del paziente conta? Domanda a cui la gente attende una risposta mentre sanno di poter contare sull’efficienza e la professionalità dei medici che, malgrado la mancanza di mezzi, lavorano e tamponano le emorragie provocate dalle amputazioni prodotte all’ospedale.

 

Vincenzo Malacrinò

pubblicato su “il Quotidiano della Calabria”

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